

218.  I limiti della democrazia dei partiti e la crisi del sistema
politico.

Da: Introduzione di P. Scoppola a F. Bonini, Storia costituzionale
della repubblica, La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1993.

Nel corso degli anni Ottanta il sistema politico italiano si avvi
verso una crisi irreversibile: fondato tutto e solo sui partiti,
esso aveva espresso una classe dirigente sempre meno credibile; il
compromesso e la mediazione partitica erano sterili e non
consentivano n di avviare una indispensabile riforma delle
istituzioni, n di affrontare i sempre pi pressanti problemi
economico-sociali. Tutto ci, afferma nel seguente passo lo
storico Pietro Scoppola, rendeva necessaria una riforma morale e
culturale: non si tratta di negare il ruolo dei partiti ma di
ridefinirlo; il problema non  quello di far nascere una seconda
repubblica, che potrebbe essere peggiore della prima, bens quello
molto pi complesso del passaggio da una repubblica dei partiti a
una repubblica dei cittadini.


Negli anni Ottanta [il sistema politico italiano appare] come
impazzito: il cosiddetto potere di coalizione o di
interdizione vanifica il peso del consenso elettorale; i ruoli
fisiologici della opposizione e della maggioranza sono confusi e
distorti dalle pratiche consociative; tutti fanno tutto e nessuno
 responsabile di nulla; la maggioranza appare sempre pi divisa e
rissosa al suo interno ed  opposizione a se stessa; i partiti di
governo si candidano per l'alternativa.
Il cittadino italiano  di fatto espropriato di ogni potere
nell'esercizio del voto: distribuisce le carte [...] di un gioco
che si svolge poi dentro i palazzi della politica senza controlli
efficaci. I servizi pubblici sono di livello europeo solo per le
tasse che per essi paga il cittadino, non certo per la loro
qualit. Si diffonde il disinteresse per la politica e nel
fenomeno delle leghe si incrina il senso stesso della appartenenza
ad una comune realt nazionale e statuale.
In realt sono esaurite le condizioni storiche che hanno reso
possibile, necessario e per un certo tratto utile in Italia un
sistema politico, anomalo rispetto al modello delle grandi
democrazie occidentali, fondato tutto e solo sui partiti, di
aggregazione verso il centro per la formazione delle maggioranze
di governo. La sopravvivenza, ormai per forza di inerzia, di quel
sistema comporta costi crescenti sul piano della moralit
pubblica, della selezione delle classi dirigenti e della
democraticit stessa del sistema.
Gli elementi essenziali della necessaria riforma sono quelli gi
emersi nel corso dei lavori della Costituente, ma che non poterono
allora essere attuati: l'ordine del giorno Perassi, dichiarando la
preferenza dell'assemblea per il sistema parlamentare aveva
tuttavia sollecitato un rafforzamento dell'esecutivo di fronte al
parlamento che non fu poi di fatto realizzato; l'ordine del giorno
Nitti aveva indicato con chiarezza l'esigenza di correggere il
proporzionalismo adottato per la camera dei deputati con il
sistema uninominale per il senato; ma anche questo proposito
rimase sostanzialmente inattuato. Si tratta dunque non di
riscrivere la Costituzione ma semplicemente di correggere quei due
punti realizzando intuizioni gi presenti durante i lavori della
Costituente.
Invece il dibattito sulla riforma delle istituzioni che si apre
alla fine degli anni Settanta - non a caso quando il ciclo della
aggregazione al centro si  concluso - e si  sviluppato senza
risultati conclusivi sino ai nostri giorni non ha fatto per ora
che verificare e confermare quello che [...] di recente il
costituzionalista Gustavo Zagrebelsky ha formulato in questi
termini: Si vuole la riforma perch non si riesce a decidere; ma
la riforma della Costituzione (nel senso ipotizzato: dal
compromesso alla decisione)  essa stessa la massima decisione
ipotizzabile. Quanto maggiore  la disgregazione, tanto maggiore 
la necessit della riforma; ma tanto pi questa  necessaria
quanto pi  difficile. La democrazia dei partiti appare insomma
incapace di autoriforma. [...].
E tuttavia la societ si  trasformata ed  cresciuta e non pu
pi riconoscersi in questo sistema e in questa classe dirigente
[...]. La funzione di supplenza dei partiti  finita; ora una
societ civile cresciuta e una economia sviluppata e ricca, di
fronte alla crisi della democrazia dei partiti e delle sue classi
dirigenti, esige nuove lites, nuove aristocrazie, formate nel
lavoro e nel quotidiano esercizio delle responsabilit.
Non si deve indulgere a semplificazioni e a visioni manichee: non
vi  una societ buona da un lato e una classe politica corrotta
dall'altro; vi  piuttosto una costante interazione fra societ
civile, societ politica e istituzioni. Vi sono anche pezzi di
societ civile che si adattano al degrado del sistema e ne
traggono profitti illeciti, e vi sono onesti uomini politici che
avvertono con sofferenza l'impossibilit di un'azione efficace.
[...].
Ci accade proprio nel momento in cui, in uno scenario ormai
planetario, le esigenze della solidariet, di cui la democrazia si
alimenta, assumono dimensioni sempre pi vaste nello spazio e nel
tempo. Si delinea l'imperativo di una solidariet verso le aree
del sottosviluppo e verso le generazioni che verranno. Il crollo
del comunismo -  bene sottolinearlo di fronte a facili
trionfalismi sulla vittoria della democrazia - non significa la
fine dei problemi dai quali il comunismo  nato: il comunismo non
 un alieno approdato da un qualche pianeta sconosciuto sul nostro
pianeta ed ora finalmente ripartito, sicch una triste parentesi
si  chiusa e tutto ritorna come prima. Il comunismo  nato dalla
cultura dell'occidente; ha tratto forza dai problemi e dalle
contraddizioni dello sviluppo economico; la sua scomparsa pone
sulle spalle della democrazia, dell'economia di mercato, del
capitalismo vincente nuove e grandi responsabilit. La scomparsa
del comunismo lancia appunto al capitalismo la sfida della
solidariet. Si tratta di problemi che superano certo ogni
dimensione nazionale, sui quali le encicliche di Giovanni Paolo
secondo, Sollicitudo rei socialis prima e Centesimus annus poi,
hanno richiamato con forza l'attenzione dei governi e della
pubblica opinione.
La nostra democrazia appare particolarmente incapace non solo di
dare risposte - certo non facili - a questi problemi, ma anche
solo di porseli coerentemente. Analisi e decisioni si vanificano,
nel nostro sistema, entro i circuiti del compromesso e della
mediazione partitica secondo criteri del tutto estranei alla
sostanza dei problemi.
Tutta la riflessione che abbiamo sin qui sviluppata sembra
convergere verso una conclusione che, prima di essere scelta o
proposta politica,  una esigenza oggettiva, iscritta nel processo
storico di questi quarant'anni: l'Italia ha bisogno di una
profonda riforma culturale e morale che ricrei senso di
responsabilit e di iniziativa, che metta in discussione, a tutti
i livelli della scala sociale, la mentalit del privilegio
corporativo; ha bisogno di un rinnovamento delle culture
politiche; di un pi maturo senso della cittadinanza e dello
Stato. [...].
Il superamento della democrazia dei partiti, in quella particolare
forma che si  consolidata in Italia, non  n scontato, n
facile; molte delle proposte di cui si discute rischiano di essere
travestimenti del vecchio ordine, pi che premessa di una nuova
realt; non si tratta di negare il ruolo dei partiti ma di
ridefinirlo; il problema non  quello di far nascere una seconda
repubblica, che potrebbe essere peggiore della prima, bens
quello molto pi complesso del passaggio da una repubblica dei
partiti a una repubblica dei cittadini: un passaggio tanto pi
arduo e difficile perch coinvolge, come si  cercato di spiegare,
questioni di mentalit e di cultura e non solo problemi
istituzionali.
Occorre insomma, per cos dire, prendere la catena delle
contraddizioni del caso italiano dai due capi estremi: quello dei
comportamenti quotidiani e quello della riforma delle istituzioni.
